Nel variegato panorama pittorico dell'Italia contemporanea spetta un merito a Giulietta Cavallotti: S'intenda quello di rinvenire sotto il velo, per lo più fallace, della realtà fenomenica assunta dall'artista come dato di base, un'altra realtà, che ci illustra in modo diretto ed immediato  non tanto il significato recondito, simbolico o "metafisico" delle cose e degli esseri  rappresentati, ma i sentimenti che noi proviamo a fronte d'essi. E' un linguaggio accentuatamente antirealistico, che rifugge dalle immagini oggettive pur assunte come sostanza tematica e s'incentra sugli effetti ed affetti ingenerati dalla nostra sensibilità al contatto con il reale. Non sono volti, paesaggi esotici, tronchi d'alberi, canali nederlandesi, grattacieli in fiamme, quelli effigiati dalla Cavallotti, né tanto meno le vibrazioni poetiche che su di lei producono, ma la tenerezza, lo stupore, la meraviglia, a volte l'incredulità o il panico, che in noi, vivendo e osservando mondo e natura, liberamente e misteriosamente s'agitano e s'intrecciano. Una casa, nel tratto della pittrice romana, non è mai una casa: è sempre il nostro pathos che alita nella casa dipinta e la rifonde ab imis. Il rischio e il vezzo dell'ingenuità naive, da cui è all'apparenza tentata l'immagine, sono annullati da un'altra cifra precipua della poetica dell'artista: vale a dire l'ironia: quell'ironia presente ognora a fornire di decenza e decoro espressivo i più semplici e spontanei moti dell'animo: a trattenere  l'urgenza del dettato nell'alveo  d'una irrinunciabile misura classica. Del resto queste opere complesse ed intellettualmente sottili, ancorché fuori da ogni scheletrico accademismo, nulla concedono sotto il profilo formale al volgare narcisismo della tavolozza turgida o alla facile e superficiale seduzione del disegno. Ironia e decoro intridono la presenza del materico; la compostezza dà il tempo e il ritmo alla libertà della fantasia. E' lecito affermare altresì che l'equilibrio emotivo e linguistico che presiedono alle opere di della Cavallotti addita all'attento osservatore una tra le possibilità, o le ipotesi di rigenerazione della disorientata sensibilità espressiva e forse nono solo pittorica, che alberga e langue nella nostra stagione caotica e alienata.
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