"TRENI E STAZIONI"
“A chi mi domanda ragione dei miei viaggi, rispondo di solito che so bene quel che fuggo, ma non quel che cerco” (Montaigne, “Saggi”).
I treni e le stazioni di Giulietta Cavallotti sono treni che non hanno né provenienza né destinazione, e stazioni che non ospitano nessun treno: proprio come i treni che percorrono l’anima di ciascuno di noi, e le stazioni che cadenzano il loro errare. Essi sono i luoghi di un’immaginazione che ha sostituito, silenziosamente, la realtà ormai consunta e sbiadita della natura, dell’uomo e della civiltà, con la semplice e terribile tensione di un ricordo sgombrato di tutto se non del pulsare primigenio dell’essere umano e del suo esistere.
Le stazioni della Cavallotti sono state edificate nei nostri meandri spirituali: là dove luci e ombre, fanali e insegne, viaggiatori e binari, valigie e banchine indicano pulviscoli d’emozioni inesprimibili, atmosfere e climi al di fuori dell’usuale ritmo delle stagioni; e la forza dei venti e il candore delle nevi paiono esser ingenerati dai soprassalti del cuore. Queste stazioni, illimitate e remote come fondali d’oceano, inesprimibili come i misteri che ci fasciano dalla prima all’ultima ora, deserte di concretezze come gli aneliti che ci spronano e molestano nel momento in cui ambiremmo a possedere la Bellezza e ogni volta invece ci ritroviamo in mano null’altro che un vuoto stupefatto; queste stazioni melanconiche come le più trepide illusioni e imperterrite come i disinganni, ci mettono voglia di entrarvi e rimanervi un periodo incalcolabile: un attimo o un secolo: il tempo necessario ad aspettare o prendere il treno che ci garantisca la verità, o, meglio ancora, una rivelazione, sia pur parziale, una spiegazione, sia pur ardua.
I treni della Cavallotti, fuori della stazione, saettano, giocattoli su rotaie ultramondane nell’atto di perseguire l’assurdo. E vanno, vanno così celeri da essere immoti mentre ci spiegano che anche noi, soltanto se saremo rimasti immoti, potremo abbracciare il Tutto, che non ha estensione alcuna ma ineffabile intensità. Questi treni sono palesemente oggetti paradossali, degni dei loro colori impastati di provocazione e insieme d’una sorta di ritrovato candore. Nei vagoni del resto non scorgiamo passeggeri perché chi non sa che sui treni non viaggiano né viaggeranno mai corpi, ma invisibili garbugli d’anime? non affari ma palpiti? non progetti ma segreti e rebus inconfessabili? Di questi garbugli e rebus è tinta la distesa dei cieli primordiali, le interminate campagne , le mostruose gallerie che ignoriamo se siano una feroce promessa di pace o un insulto blasfemo al vivere concreto e quotidiano, e quelle sparute case e cespugli e massi intesi meno come dimenticati frantumi del reale che come impietriti cavalli senza più cavalieri.
Ma l’artista romana non vuol gravare su quanti guardano la sua opera. E’ forte in lei da sempre il rispetto per l’”ospite”, il cortese sentimento dell’accoglienza che accompagna la visita: da ciò la pluralità dei piani di lettura dei quadri. E dalla prima ed immediata lettura discende la sensazione di una “chiarità” di segni e di forme del tutto comprensibile e rassicurante, di cui la vista può pascersi senz’alcun timore. Nessuna complicazione simbolica, nessun esoterismo, ma un’allure pacata e piana della “parola” pittorica. La superficie, in altri termini, è ordinata e coltivata a dovere da alacri e navigate mani. “Se poi tu volessi - pare dire la Cavallotti – scendere al di sotto della superficie, entrare in quella stazione abbandonata, sederti su una panchina, ed attendere silenziosamente l’impossibile arrivo del treno, magari ingannando il tempo leggendo un libro di memorie di nessuno, ecco l’universo più recondito che oso porgerti e affidarti: è già pronto, non ha bisogno di particolari e astruse chiavi di lettura da parte tua: è il ritratto del mio modo d’essere e sentire, o di uno dei miei modi, che forse ho in comune con te e con tutti gli altri esseri viventi”…
La buonacreanza del segno unita alla densità dei contenuti non v’ha dubbio che costituisce il merito non ultimo di queste tele ricche di domani.
H.G.
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2005-2007 "Esperienze pittoriche"