"Soavità e pessimsm0"
Osservare le tele. Soprattutto coglierne la quiete, come a dire la benefica aura di pace che vi aleggia. E quei colori intensi e vibranti ma pur morbidi e concilianti: come allontanare ogni intrusione del reale, ogni pericolo d'insurrezione esistenziale. Quei grattacieli, e porti e ponti ed arsenali; e quelle stazioni ferroviarie e fabbriche, di per se simboli universali d'una vita dai ritmi arroventati e di un progresso alienante che riduce l'uomo a guardiano della propria follia. Ebbene questi simboli nella pittura di Giulietta Cavallotti si trasformano in una sorta di memoria remota e nebulosa. Vale a dire: non più l'angoscia della contemporaneità, non più l'incombente frenesia della società la cui meta si chiama "successo" e "ricchezza". Quei "materiali" pittorici sono invece resi mansueti e inoffensivi: fratelli della nostra profonda esigenza di purezza e armonia. La Cavallotti sa magicamente elevare l'infuocato caos del vivere ad una natura dolce e immacolata: ad un paesaggio dell'anima nel quale i temibili oggetti sopra citati si son fatti innocenze e giocattoli: idonei a fungere da grati balsami del cuore. Lo sguardo e' trasognato, come nella "Facciata romanica"; il disegno senza alcuna asperità quand'anche inteso alla spietatezza del riferimento, come ne "La gru rossa"; il dialogo fra i colori sempre presieduto da una vereconda concordia, come ne "La cattedrale del consumismo". I quadri della Cavallotti non ci danno il crudo "vero" fenomenico, bensì partono da esso per additarci quali recondite vie l'immaginazione voglia e possa percorrere onde attingere il sentimento dell'armonia fra uomo e mondo. Anche se il "vero" mondo non si sottometterà mai alla nostra innocenza e se il nostro "io" sarà sempre sconfitto dalla violenza e dagli "interessi" materiali del mondo, cosi' come siamo avvertiti dai "due grattacieli in fiamme". Da qui, dalla segreta e tacita consapevolezza del carattere utopico di qualsiasi "felicità", l'affiorare, ora timido e recalcitrante ora palese, d'una riguardosa vena di pessimismo nella pittura cavallottiana: ad esempio in "Ancora" e nel formidabile ritratto melanconioso del "cagnolino". Si badi, pessimismo che non pretende affatto d'affermare la forza e la incombenza delle sue motivazioni, bensi' confluisce in maniera garbata ed inattesa in quella soavità favolosa cui facevamo riferimento dapprincipio. E proprio l'incontro, ossia l'intrecciarsi ed il mutuo riflettersi, delle due cifre espressive senza che vi prevalga alcuna, anzi nel continuo ondeggiare d'ambedue, vale a nostro parere la ragione di maggior fascino esercitato dalla delicata poesia dell'artista romana. Basterebbe qui citare a dimostrazione dell'assunto "Caos elettrico" , "Stazione olandese", "La cattedrale del consumismo" e in particolare "Stazione abbandonata".
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